giovedì 17 settembre 2009

Efficienza o Deficienza?

DAI DATI DEL GESTORE ELETTRICO NAZIONALE GSE - TRA IL 2007 E IL 2008 LA PRODUZIONE E IL CONSUMO DI ENERGIA ELETTRICA IN ITALIA SONO CAMBIATE... C'E' LA CRISI D'ACCORDO MA SORGONO ANCHE NUOVE RIFLESSIONI

Bilancio elettrico nazionale 2008


Anzitutto vi è una novità, tenetevi forte, nel 2008 è comparso per la prima volta la voce "Fotovoltaico" tra le attività di produzione. Nulla di clamoroso, stiamo parlando dello 0,1% del totale. Diciamo che è una microconquista per questo nuovo settore, speriamo diventi un anno portafortuna, tipo il primo nichelino di zio Paperone.
Poi uno sguardo attento va rivolto al fattore crisi economica. Come è facile vedere i consumi finali totali sono rimasti sostanzialmente identici a un anno di distanza (da 318,9 a 319 TWh), sarebbe un segnale positivo, un'inversione di tendenza, se non fosse che dobbiamo tener conto dell'effetto crisi. In effetti vedendo i settori di consumo è facile osservare che vi è stato un netto calo (circa 4,5 TWh nei consumi industriali), segnale della crisi, eppure sono contestualmente aumentati i consumi nel settore domestico e terziario.
Queste ultime due voci sembra viaggino quindi in maniera indipendente dai fattori di crescita economica, ma non solo, hanno segno positivo anche quando l'economia ha segno negativo!
Stili di vita e di consumi non cambiano e non migliorano per il solo effetto della contrazione economica, il naturale trend di aumento (+ 2% dei consumi domestici e + 3% dei consumi nel terziario) ci porterà rapidamente a dover costruire nuove centrali, basti pensare che fatto 100 l'anno 2007, e mantenendo questo tasso di crescita, nel 2030 avremmo + 57,7% dei consumi domestici e + 97,4% dei consumi del terziario!!
Almeno 120 TWh di energia in più da dover fornire, e a quel punto non sarebbero nemmeno sufficienti le 4 nuove centrali nucleari che il Governo vorrebbe costruire in Italia. Come dire che costruire 4 centrali nucleari di qui al 2030 non basterà nemmeno a colmare un terzo dell'aumento dei consumi (per non pensare ad eventuale ripresa economica con un tasso di crescita dei consumi elettrici ancora maggiore).
Solo un folle non comprenderebbe che bisognerà quindi metter mano a politiche mirate a questi settori se vorremo veramente raggiungere gli obiettivi di riduzione dei consumi energetici del pacchetto 20-20-20, e più ancora se vorremmo esser seri nella politica energetica nazionale.

Nucleare: serve più informazione o disinformazione?

NUCLEARE, DIVULGAZIONE SCIENTIFICA ED EMOTIVITA': UN'ANALISI

di Sergio Zabot

Parlando a Milano, durante il primo appuntamento dei “Dialoghi sull’energia”, organizzati da A2A alla Casa dell’energia, Chicco Testa ha lamentato la carenza di professionisti dell’informazione sui temi energetici, con particolare riguardo al nucleare, cosa che ostacola i dibattiti pubblici razionali e generalizzati. Fin qui nulla di strano; la tesi è condivisibile e si può discuterne. Ma poi Testa si è spinto oltre e ha enfatizzato la necessità di far leva su una emotività favorevole al nucleare che sfrutti le paure dei cambiamenti climatici e della sicurezza degli approvvigionamenti energetici. Come chiedere ai giornalisti di ingannare i lettori perché il fine giustifica i mezzi…

Agli ambientalisti Testa imputa la contraddizione di opporsi a una fonte di energia elettrica in grandi quantità che non genera CO2, e al mondo politico e al pubblico in genere, invece, la contraddizione di vincolare la sopravvivenza del sistema produttivo e dello stile di vita italiano a personaggi inaffidabili come il leader libico Gheddafi e a situazioni non controllabili direttamente come il rapporto Russia-Ucraina.

Ebbene, il nostro umanista hegeliano ignora, o meglio nasconde il fatto che per produrre le 40 tonnellate l’anno di uranio che servono per alimentare un reattore Epr da 1.600 megawatt, come quelli che si vorrebbero costruire in Italia, occorre partire da qualcosa come 8 milioni di tonnellate di roccia, equivalenti alla piramide di Cheope, che vanno prima estratte, macinate, poi diluite con 1,4 milioni di metri cubi di acqua e 22mila tonnellate di acido solforico, per ottenere alla fine 350 tonnellate di yellowcake, un ossido che contiene lo 0,7% di uranio fissile, più l’equivalente, appunto, di una piramide di Cheope all’anno di scarti.

Poi quest’uranio va arricchito per incrementare la parte fissile, cioè l’uranio 235, almeno al 3,5%. L’arricchimento avviene per centrifugazione trasformando l’uranio in gas, l’esafluoruro di uranio. Per fare questo servono 370 tonnellate di fluoro, gas molto leggero, altamente volatile e che alla fine del processo è altamente radioattivo, impossibile da smaltire e che comporta una gestione molto onerosa.

Finalmente si ottengono 40 tonnellate di uranio combustibile in forma di biossido di uranio, oltre che 250 tonnellate di uranio impoverito, che poi tanto povero non è, dato che contiene ancora lo 0,3% di uranio fissile, quindi radioattivo.

In conclusione, per far funzionare un reattore Epr per un anno si consuma energia pari a 190mila tonnellate di petrolio con l’immissione in atmosfera di 670mila tonnellate di CO2.

Poca cosa, dato che ciò corrisponde a soli 56grammi di CO2 per ogni chilowattora che verrà prodotto. Se però consideriamo che la costruzione della centrale è responsabile dell’emissione di altri 12grammi di CO2 al chilowattora e che la gestione delle scorie comporta un “debito” stimato tra i 30 e i 65grammi di CO2 per chilowattora, arriviamo a una cifra che oscilla tra i 96 e i 134grammi di CO2 per ogni chilowattora che sarà prodotto dalla centrale atomica, circa un terzo delle emissioni di un ciclo combinato a gas.

Ma la pacchia dura fino a che dura la disponibilità di minerale con concentrazioni di uranio piuttosto elevate. Man mano che la purezza del minerale di uranio diminuirà, ci vorrà più energia fossile per estrarre l’uranio e le emissioni di CO2 arriveranno inevitabilmente a eguagliare le emissioni di una centrale a gas.

Per quanto riguarda la paure della sicurezza dell’approvvigionamento energetico, questa è una delle più forti pressioni ideologiche e mediatiche operate per convincere gli italiani della necessità dell’energia nucleare: il petrolio proviene in prevalenza dai paesi arabi, il gas dalla Russia di Putin e dalla Libia di Gheddafi, tutti paesi politicamente inaffidabili, per non parlare del Venezuela di Chavez e della Bolivia di Morales che nazionalizzano le industrie del petrolio e del gas.

Ebbene, pochi sanno che su un fabbisogno mondiale annuo di circa 70mila tonnellate di uranio, solo 20mila tonnellate, pari al 28%, provengono da paesi cosiddetti “stabili”, quali Australia, Canada, Usa. Altre 20mila tonnellate arrivano da Kazakhstan, Russia, Niger, Namibia e Uzbekistan, Paesi non particolarmente “stabili”. Infine, 30mila tonnellate necessarie a equilibrare il fabbisogno dei reattori nucleari provengono dagli arsenali militari russi in smantellamento. Ora, caro Chicco, perché Putin dovrebbe essere inaffidabile quando ci vende il gas e diventare affidabile quando ci fornisce l’Uranio?

Un altro cavallo di battaglia dei fautori del nucleare, è che in Francia l’energia elettrica costa meno perché ha il nucleare. Di fatto le condizioni che hanno portato la Francia a diventare una potenza nucleare sono frutto dell’azione politica del generale De Gaulle per creare, in piena guerra fredda, un polo nucleare europeo a guida francese.

Il nucleare civile francese è nato in simbiosi con il nucleare militare, per ripartire gli enormi costi per produrre l’uranio e soprattutto per arricchirlo al cosiddetto “weapon grade”. Lo sforzo civile e militare francese è stato imponente e la maggior parte dei costi, dalla ricerca e sviluppo fino al trattamento del combustibile esausto non sono mai entrati nel costo dei chilowattora che i cittadini pagano in tariffa, ma sono nascosti nelle tasse che pure i francesi pagano. Non dimentichiamo che EdF, la società elettrica che gestisce le centrali nucleari è statale e che anche gli arsenali militari e gli impianti di arricchimento e di ritrattamento dell’uranio sono statali.

L’esperienza francese è irripetibile, soprattutto in un mercato liberalizzato dove i costi devono essere trasparenti e le attività industriali devono competere sul mercato. D’altra parte basta leggersi i rapporti della Corte dei Conti francese per rendersi conto delle gravi omissioni e dell’assoluta mancanza di trasparenza riscontrata nel settore nucleare e in particolare nel “decommissioning”, stigmatizzati regolarmente dai giudici francesi nei loro rapporti.

In un articolo pubblicato sul Quotidiano Energia il 4 giugno, Pippo Ranci, ex presidente dell’Autorità dell’energia, sostiene che la Francia mantiene tariffe amministrate per tutti i piccoli utenti, domestici e commerciali; che tali tariffe sono basse in modo da costituire una potente barriera contro l’entrata di concorrenti e che sono economicamente sostenibili finché EdF può utilizzare in esclusiva l’energia prodotta dalle vecchie centrali nucleari già ammortizzate e per le quali si ritiene vi sia stato un implicito sussidio statale almeno per quanto riguarda i costi di ricerca, sviluppo e ingegnerizzazione. E io aggiungerei anche per il ritrattamento del combustibile esausto che rientra nelle competenze dei militari e per il decommissioning, dato che EdF, stando a quanto denuncia la Corte dei Conti, non accantona le somme che dovrebbe.

Ora è innegabile che il successo referendario del 1987 sia stato determinato dall’emotività indotta della catastrofe di Cernobyl. Ma l’uscita dell’Italia dal nucleare non è stata determinata solo dall’emotività, ma anche da precisi calcoli politici ancorché ideologici.

Vale la pena di ricordare infatti che i quesiti referendari chiave erano diretti ad abolire le norme sulla localizzazione delle centrali nucleari e i contributi a Comuni e Regioni sedi di centrali nucleari, cosa che avrebbe reso impossibile trovare un Comune disposto a ospitare sul suo territorio un impianto nucleare o anche un deposito di scorie radioattive.

E’ anche il caso di ricordare, come a quell’epoca la Dc e il Pci fossero decisamente contrari ai quesiti proposti dal Partito Radicale, dal Partito Liberale e dal Partito Socialista. La prima strategia adottata dal Governo di allora contro i referendum fu quella dello scioglimento anticipato delle camere per lo stallo che si era prodotto nei rapporti tra Dc e Psi: protagonista fu Ciriaco De Mita, che decise le elezioni anticipate per rompere la convergenza di quei mesi tra i partiti laici e in particolare tra Craxi e Pannella.

Dopo le elezioni anticipate, di fronte all’appuntamento referendario, Dc e Pci, inizialmente ostili ai quesiti, si schierarono a favore del «sì». Questo repentino cambio di rotta dei due maggiori partiti derivava dalle implicazioni politiche che poteva provocare una eventuale sconfitta dello schieramento del «no» imperniato sull’asse Dc e Pci, in contrapposizione ad uno schieramento laico-progressista formato da Radicali e Socialisti.

La rilettura di quel periodo dimostra che il risultato del referendum del 1987, oltre ad essere stato frutto dell’emotività fu soprattutto figlio dell’ideologia. E’ corretto quindi affermare che quella scelta fu emotiva e ideologica.

Quello che è meno evidente è come già ora il rientro dell’Italia nel nucleare sia dovuto a un’altrettanta ondata emotiva ancorché ideologica, sapientemente pilotata da un Governo che mistifica i fatti e stimola le paure più ancestrali dei cittadini.

Ora, rispetto il 1987, la situazione si è ribaltata: gli emotivi di allora, ancorché mossi da una forte preoccupazione per le possibili conseguenze sanitarie e ambientali del fallout radioattivo, contestano il ritorno al nucleare su basi razionali e i sostenitori del nucleare implorano ora tale ritorno su basi emotive e ideologiche, quali la paura dell’aumento del costo del petrolio, l’inaffidabilità dei paesi produttori di gas naturale, la fatalità di uno sviluppo che ci porterà ad un consumo sempre maggiore di energia, l’inevitabilità che per salvaguardare il nostro pianeta e ridurre le emissioni di gas serra, si debba scegliere il male minore. Forse Chicco Testa non si è accorto che il suo sogno è già realtà e pretende ora che i “professionisti dell’informazione” assecondino le sue menzogne facendo leva sull’emotività favorevole della gente. Ne conosciamo un altro che ha deliri analoghi… ma questa è un’altra storia.

La verità è che l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili sono in forte competizione con il nucleare e i sostenitori del nucleare mentono spudoratamente quando affermano che non c’è concorrenza tra nucleare ed efficienza energetica. Questa divergenza è destinata ad aumentare per due ordini di motivi.

In primo luogo, tutte le tecnologie dell’energia distribuita, comprese le tecnologie del risparmio energetico sono destinate inesorabilmente a diventare sempre meno care per via dei grandi volumi di produzione e dei miglioramenti continui che consentono di sfornare sempre più nuovi prodotti “più risparmiosi” dei precedenti. Questo non succede per gli impianti centralizzati e soprattutto per gli impianti nucleari che storicamente tendono a costare sempre di più, in contrasto con le cosiddette “curve di apprendimento delle tecnologie”. D’altra parte dalla progettazione di un componente nucleare fino alla sua realizzazione passano talmente tanti anni che, anche quando si inventano nuovi prodotti e nuove tecnologie, non è possibile utilizzarli immediatamente e bisogna aspettare che entri in produzione una nuova filiera.

In second’ordine, il mercato sta cominciando a riconoscere i benefici ottenibili con le tecnologie distribuite, sia in termini di profitti, sia per l’elevata ricaduta che questo comporta sui livelli occupazionali a livello locale. Il risparmio energetico, la produzione distribuita di elettricità e le fonti rinnovabili in particolare, cominciano a mostrare il loro potere dirompente per sfondare barriere che fino a poco fa sembravano impenetrabili, riducendo drasticamente i costi e migliorando le prestazioni. Solo in impianti di cogenerazione, in Italia si stanno installando centinaia di impianti all’anno per una potenza di 4mila megawatt l’anno. Stanno peraltro emergendo nuove classi di tecnologie, alcune ancora immature come il solare termodinamico o le celle a combustibile alimentate a Idrogeno, che sono destinate a rivoluzionare il mercato dei trasporti.

Le previsioni di Terna sull’evoluzione della domanda elettrica in Italia, aggiornate nel novembre 2008, indicano, secondo uno scenario cosiddetto “di sviluppo”, ovvero senza l’attuazione degli obiettivi di risparmio energetico, in 415 miliardi di chilowattora il fabbisogno di elettricità e in 74mila megawatt il fabbisogno di potenza al 2018.

Ora, senza entrare nel dettaglio di quanto inciderà il tracollo economico in atto sui consumi finali e spostando in prima approssimazione al 2020 il fabbisogno indicato da Terna al 2018, gli obiettivi del “pacchetto 20-20-20” comportano che al 2020 ci sia una riduzione di consumi finali di circa 80 miliardi di chilowattora e che altri 70 miliardi di chilowattora vengano prodotti con fonti rinnovabili. Il fabbisogno integrativo con fonti convenzionali, si riduce così a 265 miliardi di chilowattora di energia elettrica e poco meno di 60mila megawatt di potenza termoelettrica convenzionale, inferiore del 30% al fabbisogno elettrico del 2009 (350 miliardi di chilowattora) e del 22% inferiore alla potenza termoelettrica lorda installata attualmente (73,3mila megawatt).

A questo punto qualcuno ci deve spiegare dove è lo spazio per costruire 4-5 centrali nucleari che dovrebbero produrre 60 miliardi di chilowattora di elettricità all’anno, come chiede Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, quando già al 2020, attuando il “pacchetto 20-20-20” rischiamo un surplus che oscilla tra il 20% e il 30%.

Quello che preoccupa è che il nostro Governo, invece di rafforzare decisamente il sostegno all’efficienza energetica e alle fonti rinnovabili, stia stipulando patti faustiani con le lobby industriali e finanziarie, promettendo contratti miliardari per realizzare una filiera nucleare, estremamente rischiosa e costosa, garantita dallo Stato, quindi con i soldi dei contribuenti.

Di fatto il Governo rallenta lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, le vere alternative pulite, per far spazio agli interessi delle lobby nucleari e questi fondi verranno sottratti al dispiegamento di uno sviluppo duraturo e distribuito sul territorio, che solo l’efficienza energetica e le vere fonti rinnovabili possono produrre.


sabato 12 settembre 2009

Sarebbero stati individuati i siti per l'avventura nucleare italiana?


I dieci siti per l'avventura nucleare
di Anna Pacilli [11 Settembre 2009]

Monfalcone [Gorizia], Scanzano Jonico [Matera], Palma [Agrigento], Oristano, Chioggia [Venezia], Caorso [Piacenza], Trino Vercellese [Vercelli], Montalto di Castro [Roma], Termini Imerese [Palermo], Termoli [Campobasso]. Sarebbero questi i siti individuati dal governo per realizzare le centrali nucleari.

E’ di oggi la notizia che il governo avrebbe individuato dieci aree per la realizzazione delle centrali nucleari in Italia. L’elenco, riportato da Metro, comprende: Monfalcone [Gorizia], Scanzano Jonico [Matera], Palma [Agrigento], Oristano, Chioggia [Venezia], Caorso [Piacenza], Trino Vercellese [Vercelli], Montalto di Castro [Roma], Termini Imerese [Palermo], Termoli [Campobasso]. Il documento riservato del ministero delle sviluppo economico, alla fonte della notizia, indicheerebbe anche come principali criteri di scelta dei siti la vicinanza al mare e a una centrale elettrica.
Dieci siti fra cui scegliere i più «idonei» per realizzare le quattro centrali di cui parla da tempo il ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola, o per un numero superiore? La domanda è lecita, almeno sulla carta, perché le quattro centrali annunciate sono già state appaltate al raggruppamento Enel – Edf [Electricité de France], con tecnologia francese. Ma il ministro ha in programma un viaggio negli Stati uniti, il prossimo 28 settembre, per sottoscrivere l’accordo industriale per produrre energia nucleare concordato a maggio, in occasione del G8 sull’energia a Roma. Comprende la formazione del consorzio fra l’Ansaldo e la società nippo-americana Toshiba-Westinghouse, per costruire centrali nucleari in Italia. Ansaldo smentisce, ma conferma di essere in gioco nella partita nucleare italiana. Edison, da parte sua, protesta per essere stata finora esclusa. Quindi, sempre sulla carta, le centrali potrebbero essere non solo quattro, più il sito unico per lo stoccaggio di tutte le scorie? Comunque, stando agli annunci da Scajola, verrebbero utilizzate sia la tecnologia francese Epr sia la diretta concorrente americana, Westinghouse. Ma ambedue di terza generazione, cioè quella tecnologia vecchia, pericolosa e costosa, che continua a produrre scorie che nessun paese è in grado di trattare né di stoccare definitivamente in sicurezza. Gli ultimi impianti di terza generazione realizzati in occidente risalgono agli anni ’80, mentre nei successivi anni ’90 li hanno costruiti solo in Giappone e in Corea. Poi basta, perché nessuno li vuole più. Salvo qualche paese del sud del mondo. Per i reattori di quarta generazione, potenzialmente sicuri, c’è da aspettare almeno altri venti anni.
E c’è già fermento sui territori, a partire da Scansano Jonico [Matera], dove il precedente governo Berlusconi aveva annunciato la costruzione del sito unico di stoccaggio delle scorie radioattive italiane provocando la rivolta popolare e la completa marcia indietro dell’allora ministro dell’ambiente Altero Matteoli. Lì i comitati noscorie non hanno mai smesso di lavorare. Non staranno certo a guardare le popolazioni e gli enti locali di Caorso e di Trino Vercellese, che non ne possono più di convivere con le centrali vecchie centrali nucleari chiuse, ma non spente né smantellate, diventate depositi di stoccaggio delle scorie prodotte nel corso della loro breve attività.
Né sarà semplice convincere Monfalcone, fresca di battaglia contro il rigassificatore e dove contro la «candidatura» atomica si sono espressi ambientalisti, politici e cittadini. Insomma, se si dovesse passare realmente dalle parole ai fatti, non sarebbe facile per il governo far accettare localmente queste decisioni, prese per di più con modalità autoritarie e magari sostenute con la forza militare.
Fra tanti annunci e indiscrezioni, però, resta un dubbio decisivo: chi investe miliardi di euro in una partita in perdita come è, certamente, quella delle centrali di terza generazione? Il dubbio è che gli unici soldi promessi siano quelli pubblici, considerando che Ansaldo è del gruppo Finmeccanica, per oltre il 30 per cento di proprietà del ministero dello sviluppo economico, e che anche il 30 per cento del capitale di Enel è pubblico. Non a caso lo stop più vigoroso alle mire nucleari di Scajola è arrivato dal suo collega all’economia, Giulio Tremonti.

giovedì 27 agosto 2009

Lotta ai cambiamenti climatici - Tana per l'Italia!

MENTRE IL NOSTRO PAESE GIOCA A RIMPIATTINO CON LE RESPONSABILITA' SULLA RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI CO2, ARRIVANO DALL'EUROPA LE PRIME MULTE SALATE E SEMPRE PIU' FOSCHI SCENARI SI STAGLIANO ALL'ORIZZONTE

Da Repubblica a Ecoblog, qualche giorno fa è venuta fuori la notizia che l'Italia dovrà pagare 555 milioni di euro per la mancata attuazione di azioni volte a ridurre le emissioni di CO2 che sono causa dello squilibrio atmosferico che a sua volta determina l'innalzamento della temeperatura media globale e i cambiamenti climatici conseguenti. Si tratta di una multa salatissima, che potrebbe perfino raddoppiarsi se non ci daremo una mossa.
Eppure di fronte a questa prospettiva al momento il Governo si limita a dare la colpa al Governo precedente, reo di non avere trattato a sufficienza sulle proprie quote di emissione, senza prendere in considerazione una seria politica nazionale, tipo piano operativo, di lotta alle cause dei cambiamenti climatici.
Siamo alle solite: la TV non ne parla, e perciò il problema non esiste...
Eppure il problema esiste e il lassismo con cui trattiamo l'argomento nel nostro Paese è un boomerang che prima o poi tornerà a colpirci.
Leggere quanto segue per intenderci:

Gli effetti dell’immobilismo politico sul clima sono scioccanti

L’aumento delle emissioni dei gas ad effetto serra previsto nello Scenario di Riferimento porta ad un raddoppio della concentrazione di questi gas nell’atmosfera entro la fine del secolo, provocando un aumento della temperatura media mondiale fino a 6°C. I trend dello Scenario di Riferimento indicano una crescita continua delle emissioni di CO2 e degli altri gas ad effetto serra. Le emissioni totali di CO2 annue legate al consumo energetico aumentano da 28 miliardi di tonnellate nel 2006 fino a 41 miliardi di tonnellate nel 2030, con un incremento del 45%. La proiezione al 2030 è soltanto di un miliardo di tonnellate inferiore a quella prevista nell’Outlook dello scorso anno, anche se ipotizziamo prezzi molto più elevati e una crescita del PIL mondiale leggermente più debole. Si prevede che le emissioni di gas ad effetto serra mondiali, comprese le emissioni di CO2 non legate al consumo di energia e tutti gli altri gas inquinanti, aumentino da 44 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2 nel 2005 fino a 60 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2 nel 2030, con un incremento del 35% rispetto al livello del 2005. Tre quarti dell’aumento delle emissioni di CO2 legate al consumo energetico previsto nello Scenario di Riferimento provengono da Cina, India e Medio Oriente, ed il 97% dall’insieme dei paesi non-OCSE. In media, tuttavia, le emissioni pro- capite nei paesi non OCSE rimangono di gran lunga inferiori a quelle nei paesi OCSE. In questi ultimi, le emissioni raggiungono l’apice dopo il 2020, e dopo tale data iniziano a scemare. Solamente in Europa ed in Giappone le emissioni nel 2030 sono inferiori rispetto ad oggi. Per effetto dell’urbanizzazione, ci si attende che la maggior parte dell’incremento delle emissioni di CO2 legate al consumo dell’energia sia da attribuirsi alle città, con la loro percentuale che sale dal 71% nel 2006 fino al 76% nel 2030. Gli abitanti delle città consumano in media più energia degli abitanti delle zone rurali e sono pertanto responsabili di una quantità maggiore di CO pro capite.





martedì 25 agosto 2009

Fiera delle Utopie Concrete 2009

La Giusta Misura

Dopo un breve periodo, quando tutto sembrava fattibile e il superamento di ogni limite solo una questione di tempo e di qualche altro passo della Scienza e della Tecnica, oggi i limiti naturali del pianeta terra stanno riemergendo. “La giusta misura” però non è un discorso solo sui limiti, sulla sobrietà, la sufficienza e l’austerità. Sarebbe troppo triste e neanche consono alla natura che conosce l’abbondanza come conosce il regno della necessità. Spontaneamente sappiamo tutti che la giusta misura è vitale per vivere bene. Mangiare in modo equilibrato, scegliere con cura gli oggetti che ci circondano e che usiamo per lavoro e per divertimento, trovare il giusto ritmo tra movimento e tranquillità, il tempo giusto per noi e per gli altri è l’essenza di una vita piena. Nella quotidianità della propria vita conosciamo bene l’importanza della misura giusta che però si abbina senza grandi dissonanze con l’idea generale del sempre più grande, più veloce che domina il discorso pubblico.

L’auto-limitazione è un tema di grande urgenza nello sviluppo urbano. “Urban Sprawl”, l’urbanizzazione selvaggia, ha portato a un consumo sproporzionato di terreno che non dà ancora segnali di rallentamento. I nuovi quartieri residenziali, distretti industriali e centri commerciali hanno portato in Italia negli ultimi quindici anni alla cementificazione di 3 milioni e 663 mila ettari, circa 250 mila ettari all’anno e il trend sembra inarrestabile. Quali sono le prospettive di ritrovare la giusta misura nell’uso del suolo? Ne parleremo all’apertura della Fiera delle Utopie Concrete 2009, la mattina di giovedì, 8 ottobre.
La mattina di venerdì, 9 ottobre si discuterà invece della giusta misura dei centri urbani del futuro. Sono attive numerose iniziative e stati lanciati numerosi programmi per il recupero dei centri urbani, la loro riqualificazione e rivitalizzazione. Con quali visioni e linee guida portare i centri storici, non per ultimo quello di Città di Castello, a uno splendido futuro?

E inoltre: Sabato mattina discuteremo con un gruppo di giovani sulla gioventù come periodo della “smisura” e come trovare la giusta misura in un mondo fuori misura.

Domenica mattina la celebrazione del Premio Alexander Langer 2009. Avventuratevi con noi alla scoperta di un'altro Iran. I nostri ospiti ci guideranno dall’impegno della premiata per i diritti fondamentali alla Persia antica fino alla letteratura classica e contemporanea iraniana.

L’appuntamento è dal 8 al 11 ottobre a Città di Castello.


giovedì 23 luglio 2009

Progetto Desertec


Solare Termodinamico - Desertec un'opportunità per l'industria italiana

16 luglio 2009, Roma

Organizzato dal Kyoto Club a Roma presso la Sala del Refettorio, Camera dei Deputati - Palazzo San Macuto, il convegno si proponeva di mettere a fuoco le condizioni necessarie per favorire il coinvolgimento dell’industria italiana nell’ambito di progetti nel settore del solare termico a concentrazione che prevedono nei prossimi anni installazioni per migliaia di megawatt.

Per l'ENEA è intervenuto Mauro Vignolini, responsabile del Progetto Solare Termodinamico.

Sul sito del Kyoto Club, sono disponibili:

giovedì 28 maggio 2009

In Italia l'Elettricità Costa di Più... Ma Quanto Esattamente?

UNO DEI LEIT MOTIV DEI PRONUCLEARISTI: ABBATTERE I COSTI DELLA BOLLETTA

Berlusconi: "Paghiamo il 30% in più di energia rispetto alla media dei Paesi europei e il 50% in più rispetto ai costi della Francia che ha le centrali e che tra l’altro sono posizionate in modo che se dovesse succedere qualcosa a pagarne le conseguenze saremmo noi. Questo però non succede visto le tecniche avanzate con cui si costruiscono".


A ben vedere però questo è vero solo per certe fasce di consumo e non in assoluto. Infatti appare chiaro da questa tabella come sia in particolare la fascia del consumo domestico attorno ai 3.500 kWh, ovvero il consumo medio annuale di una famiglia, quella con il costo più alto confrontandolo con il resto d'Europa.
Anche la fascia successiva è abbastanza alta ma con minore distanza dagli altri Paesi.
Inoltre si può vedere che le imposte incidono molto nel sovraccosto che altrimenti sarebbe più in linea con gli altri Paesi.
Prendendo ancora in esame questa particolare fascia, ci accorgiamo che al netto delle imposte il costo del kWh sarebbe 0,16 euro, una cifra identica a Portogallo, Ungheria, Polonia e appena un centesimo sopra Romania e Repubblica Ceca. Addirittura siamo messi meglio della Slovacchia che ha un costo al kWh di 0,21 euro. Eppure la Slovacchia ha il nucleare! Non solo, anche Repubblica Ceca, Ungheria e Romania hanno il nucleare.
Vediamo poi i Paesi che stanno messi meglio di noi, i costi più bassi si hanno in Finlandia e Grecia (la Grecia non ha il nucleare), poi vengono la Francia e la Danimarca. In Danimarca non c'è il nucleare. Seguono poi Svezia, Estonia e Lettonia. Negli ultimi due Paesi non c'è il nucleare.
Forse non è proprio così diretto e "semplificabile" il rapporto tra nucleare e costo della bolletta...


Riporto invece qui di seguito un interessante studio focalizzato proprio sull'aspetto del costo dell'energia elettrica in Italia, dove si scopre che il nucleare non c'entra affatto quanto i più complessi problemi relativi alla rete.